Il valore economico della Biodiversità
Il valore economico di una impresa agroalimentare
I fondi della biodiversità
 
IL VALORE ECONOMICO DELLA BIODIVERSITA'

Il valore di un seme è dato in primo luogo dalla continuità produttiva che solo il suo possesso materiale assicura; un consorzio, una cooperativa, una azienda agricola la cui produzione va garantita nel tempo, dipende in ultima analisi dalla informazione genetica relativa al “prodotto” agro-alimentare coltivato e distribuito; se questa azienda deve rifornirsi del seme, dello “stampo” genetico da un fornitore “estraneo”, che non controlla direttamente, essa si rende dipendente e in un certo senso “ricattabile” dagli interessi e dalle logiche del mercato.
Il seme, permettendo la riproduzione della specie o varietà coltivata, assicura invece:
-continuità di reddito per il produttore;
-continuità di qualità per il consumatore.
Solo il possesso e la conservazione del seme vivo e vitale può permettere all’azienda di non essere succube di “altri” agenti: la fonte della informazione genetica deve essere nelle mani di chi la coltiva direttamente nel terreno, se vuole garantirsi una reale autosufficienza.
Il patrimonio genetico delle specie coltivate è il bene primario di una impresa che produce e commercializza un determinato prodotto o linea di prodotti agroalimentari.

Poter comunicare al mercato che “non si dipende da agenti esterni” nella continuità di produzione e che l’azienda possiede la fonte del suo reddito e il patrimonio genetico di base che le permette di coltivare nel tempo i suoi prodotti, attribuisce valore aggiunto all’impresa o al marchio in questione, non solo nei confronti dei consumatori ma anche verso i soci/azionisti interni ed esterni dell’azienda.
Un investimento nella conservazione del proprio patrimonio genetico è quindi “spendibile” sul piano della immagine aziendale: significa che l’impresa detiene il “software biologico”, i “programmi/progetti genetici” per produrre la materia prima, l’oggetto del suo commercio, la “merce”.

Inoltre questa salvaguardia aumenta il valore della sicurezza alimentare, fornita perché tale “ merce” non viene prodotta da una matrice genetica artificiale, degenerata, alterata o estranea al “genius loci” e alle potenzialità produttive dell’ambiente.
In definitiva l’investimento nella conservazione del patrimonio genetico vegetale della specie di riferimento può differenziare una azienda rispetto ad un’altra e fidelizzare il rapporto con il cliente consumatore sensibile alla qualità agroalimentare dei cibi.

Le operazioni di valorizzazione del Patrimonio Genetico Agroalimentare (P.G.A.) posseduto, costituiscono fattori essenziali per campagne di comunicazione mirate e differenzianti.
Una impresa agroalimentare che detiene il P.G.A. di una determinata zona o territorio, conserva anche le informazioni relative alla storia evolutiva delle specie vegetali coltivate in situ nel corso del tempo e quindi la memoria biologica del territorio, dell’ambiente in cui si vive.
La sequenza dei geni contenuta in un seme racconta la storia geologica, alimentare, colturalee culturale di un distretto agricolo, di un paese, di una provincia e a volte di una intera regione; senza la possibilità di seguire tracce del passato, fissate nel DNA dei semi, la conoscenza scientifica di un territorio ne esce monca ed impoverita, vi è quindi anche un potenziale interesse scientifico inerente il P.G.A. da parte di Istituti di ricerca, Scuole di Agraria, Enti, Università, Agenzie dell’ambiente.
Il seme è una cronaca materiale , un programma della natura che contiene una miniera di informazioni utili e quindi non può andare perduta.
Senza seme, non vi può essere una ricchezza sana e stabile sul territorio.
Il patrimonio agroalimentare è la base per la ricchezza di una intera regione, per esempio per le aziende che lavorano in agricoltura, specie quelle che coltivano ed esportano prodotti tipici, per i ristoranti che propongono la cucina locale, per le risorse umane impegnate nel turismo, etc.
Tale ricchezza non dipende solo dalla disponibilità del terreno (che deve essere sano), ma in prima istanza dalla informazione genetica codificata nel DNA del seme grazie alla quale si può riprodurre o selezionare nel tempo una serie di coltivazioni cerealicole, ortofrutticole, officinali, arboree più o meno strategiche per l’equilibrio ambientale, l’approvvigionamento per gli allevatori di bestiame, la soddisfazione delle richieste alimentari provenienti dal mercato, dalle società farmaceutiche o dalle erboristerie, etc.
Ora, una informazione genetica sana, completa, originale, non inquinata e alterata, capace di generare coltivazioni e quindi prodotti altrettanto sani, più ricchi e sicuri per il consumatore, ha più valore di quella degradata o artificiale.
In questo caso si privilegia il seme/prodotto più utile per il consumatore, non quello imposto dal fornitore di sostanze chimiche, o più adatto per le esigenze del produttore.
In questa “economia dei consumi intelligenti” il seme più vitale e sano vale più degli altri. Il concetto è: il seme biologico o biodinamico con alto valore nutrizionale intrinseco vale di più perché consente , ad esempio:
   
di non rifare il frutteto ogni 3-4 anni (oggi i frutteti sono fatti per talea da esemplari riprodotti a loro volta con talea, semplicemente per arrivare prima alla produzione dei frutti, ma la riproduzione per talea indebolisce la pianta e la sua capacità/qualità produttiva) spendendo cifre significative per tutelare le piante con sostanze chimiche necessarie a trattare piante sempre più deboli;
il seme “pulito” è meno inquinato e inquinante anche per il terreno e quindi si ha più risparmio nell’uso di fertilizzanti, concimi, etc.
prodotti più sani e più buoni che possono essere valorizzati in termini di immagine.

In definitiva, in questa ottica vi è più guadagno per chi coltiva la terra e il consumatore.