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Radici di Soncino

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Colture tipiche del Cremasco
Ricerche storiche e agronomiche relative al patrimonio agroalimentare del territorio cremasco

A cura di Roberto Provana

17x24 cm
105 pagine

Prezzo: 20 €
(spese di spedizione escluse)
 
Disponibile in 100 copie numerate
 
 
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PATRIMONIO AGRO-ALIMENTARE CREMASCO

Colture e culture (presentazione del libro "Colture tipiche del Cremasco")
Circa 20 anni fa, a Crema, in uno di quei gruppi che si formano con l’intento di studiare le tradizioni locali del territorio, si generò una scissione: la maggioranza, costituita da persone che abitavano in città, sosteneva la necessità di produrre studi ed opere che in qualche modo potessero attirare l’attenzione di potenziali sponsor.
In genere si trattava di lavori che ricadevano sotto il dominio dell’interesse artistico, anche se inerenti forme d’arte minori, popolari, meglio se coinvolgenti direttamente o indirettamente qualche parroco, monsignore e sacrista, perché banche e parrocchie tendevano a dividersi -le prime con il budget, le seconde con la loro ampia sfera di influenza- il catalogo delle pubblicazioni di interesse locale che, pur non editando strenne milionarie costituivano in ogni caso l’occasione per cogliere un significativo successo in termini di consenso e di immagine.
Vi era un “mercato della produzione culturale locale” che aveva i suoi cultori, i suoi promotori, collezionisti, adepti e gli sponsor presidiavano il territorio attraverso una forma di interessato -non sempre illuminato- ma comunque produttivo e stimolante mecenatismo.
La maggioranza del gruppo che guardava con favore alla ricerca dei potenziali e tradizionali sponsor, si trovò nel corso di una storica serata -nella quale si consumò la scissione- a fronteggiare il parere avverso di una minoranza costituita da persone che abitavano “fuori le mura”, ovvero “venivano dalla campagna” e che in definitiva appartenevano ad una cultura agricola tradizionale, non-urbana, non-borghese, extra-cittadina.

Più volte, in passato, le due anime del gruppo, quella maggioritaria/cittadina e quella minoritaria/rurale si erano incontrate e scontrate, ma fino a quel momento l’equilibrio era stato salvaguardato e ricomposto nel comune interesse della valorizzazione del patrimonio culturale locale.
La minoranza rimproverava alla maggioranza di “parlare troppo e di fare troppo poco” e di voler strizzare l’occhio alle banche e ai preti per ottenere, come gli sponsor, consensi e gratificazioni.

I “rurali” vedevano in Crema una città di avvocati, di commercianti, di dottori commercialisti, architetti, imprenditori, impiegati, operai e inurbati che avevano perso le radici storiche e spirituali che li legava al “genius loci” del territorio circostante e dal quale però dipendevano dal punto di vista della qualità e della produzione alimentare.
Non si trattava di continuare sulla strada di una produzione culturale ricercata, colta e in definitiva percepita fine a se stessa, ma di implementare la “coltura”, ovvero la valorizzazione della terra, del territorio nella sua sostanza vera, materiale, reale.
Pertanto, in tempi in cui le parole biodiversità e globalizzazione erano ancora di là da venire, un manipolo di eretici si costituì entità autonoma per la salvaguardia di quello che si intuiva essere il valore principale di un intero territorio: la qualità energetica dei terreni e dei cibi, base sostanziale per la qualità della vita.

Sul fronte della protezione dei terreni agricoli, si ritenne velleietario poter fermare il processo di impoverimento e degenerazione dovuto all’inquinamento ambientale, mentre sul piano della qualità alimentare si cercò di portare in salvo almeno la traccia, la memoria delle specie “doc” contenuta nella informazione genetica delle colture e degli alimenti tipici locali attraverso la ricerca, coltivazione e conservazione delle colture tipiche e dei semi autoctoni.

Iniziò quindi una ricerca lunga e paziente, finanziata esclusivamente da un unico promotore, per il reperimento di semi originali, così da poter conservare e coltivare nel tempo le specie orticole, arboree e cerealicole caratteristiche del luogo: un progetto che è stato realizzato e che è destinato a crescere e proseguire nel tempo.
In definitiva, questa nuova entità per venti anni non pubblicò più nulla, né si diede alla ricerca di sponsor, così da potersi dedicare interamente alla costituzione di questa “Arca di noè” delle specie locali in via di estinzione.

Poiché il rappresentante massimo della cultura cittadina del parlare e scrivere divenne nel corso degli anni il figlio di un notaio cittadino nella persona di Beppe Severgnini, che iniziò appunto la sua carriera di scrittore e giornalista parlando di Crema e dei cremaschi con il libro “Parlar sul Serio”, per contrasto l’entità si denominò “Far sul Serio”, ed assunse come motto “Fare e tacere”.
La cultura contadina (o “coltura”) ha nel suo DNA i valori del fare, anziché dello scrivere o del parlare: grazie a questi “geni colturali” è stato possibile mettere in atto un progetto di “messa in sicurezza” dei “geni colturali”, ovvero si è cercato di salvare dalla erosione genetica e dalla estinzione le sementi autoctone di alcune tra le colture più tipiche del territorio cremasco.
Tuttavia non si è operato solamente ricercando e conservando con le tecnologie più avanzate la “sostanza”, i campioni di semi che costituiscono materialmente la ricchezza e il patrimonio genetico agroalimentare cremasco, ma si è lavorato per ricostruire i processi colturali (semi-coltivazione-raccolta-utilizzazione) elaborati dalla tradizione agricola locale.
Materia e know-how, possesso della informazione genetica delle specie vegetali tipiche e conoscenza delle loro proprietà, sono i due motivi ispiratori di questa pubblicazione, specchio e punta d’iceberg di un silenzioso, tenace, ma anche strategico lavoro sotterraneo, più vicino alla essenza delle cose, allo spirito delle forze della natura e lontano dai clamori, distante mille miglia dalla “pazza folla”.
Per questo motivo non si tratta di una raccolta di aride informazioni agronomiche, ma di una visione più ampia che presenta le caratteristiche colturali di alcune specie tipiche all’interno delle loro rappresentazioni sociali, linguistiche, folcloristiche, non escluse le abitudini alimentari che ancora costituiscono parte della identità del territorio che, ormai compromessa se non interamente perduta, lascia gli abitanti di un comprensorio orfani non solo del loro patrimonio genetico agroalimentare degenerato e distrutto ad opera della loro stessa ignoranza e insensibilità ambientale, ma anche privati del loro più autentico principio ispiratore: il “genius loci” che ne determina spiritualmente, al di là delle stesse abitudini, credenze e vite, il primum movens e vettore del loro destino.

Aldo Sterlitz

 

  Sommario del libro
   
La coltura del Lino
Il radicchio di Soncino
La coltura del Riso
La coltura della Zucca
La coltura del Mais
Il gelso
Il tiglio
La camomilla
Il sambuco