Cosa è un seme
Paolo Pistis
Studio sulla rigenerazione delle sementi
B. von Wistinghausen
Produzione di sementi e riproduzione del seme nella e per l’agricoltura biodinamica.
Quali sono i nostri obiettivi nella selezione?
Come li realizziamo praticamente?
 

STUDIO SULLA RIGENERAZIONE DELLE SEMENTI
di Paolo Pistis - pagina 1

Se confrontiamo le specie vegetali che possiamo trovare sul mercato con quelle che vediamo riprodotte nei testi di agraria dell’inizio del ‘900, troviamo delle enormi differenze: fave, lattughe, indivie, finocchi, ecc. presentavano allora caratteristiche che li renderebbero oggi invendibili. Ma anche rapportandoci a tempi più vicini, gli anni ’50 ad esempio, le diversità rimangono ancora grandissime.
Le differenze non riguardano solo l’aspetto esteriore, ma arrivano fino ai tempi di germinabilità del seme. I vecchi testi di agraria indicavano per l’anguria un tempo di germinabilità che andava da un minimo di 6 anni a un massimo di 10, i testi odierni parlano di 4 anni; la germinabilità del sedano veniva stimata fra gli 8 e i 10 anni, oggi 3.

Alcuni dei semi rinvenuti nella tomba di Tutankamen erano ancora in grado di germinare dopo più di 2000 anni, il nostro frumento non germina più dopo 3 – 4 anni.
È del resto esperienza comune a chi coltiva ortaggi che la semente va acquistata sempre in piccole quantità, perché perde in breve tempo la propria germinabilità, anche se ben conservata.
Tutti questi sono spunti di riflessione necessari per comprendere il significato della rigenerazione delle sementi. Che cosa si intende per rigenerazione? È un processo volto a ristabilire delle qualità, delle caratteristiche del seme, legate al valore nutrizionale intrinseco.

Tale valore viene talvolta dimenticato anche nell’agricoltura biodinamica che privilegia innumerevoli altri aspetti ugualmente importanti, dalla vitalità degli alimenti alla necessità di un’agricoltura ecocompatibile.
Rudolf Steiner nelle conferenze sull’agricoltura del 1924 disse: “E’ importante che i prodotti raggiungano l’uomo per aiutarlo il più possibile nella sua esistenza.

Si può coltivare frutta dall’aspetto bellissimo, sia nei campi sia nel frutteto, ma l’uomo ne avrà forse soltanto un mero riempimento dello stomaco, non avrà frutta che favorisca organicamente la sua esistenza interiore”.
Questo significa che uno dei motivi principali nel coltivare gli ortaggi, i cereali di cui ci nutriamo è che in essi vi siano le sostanze – o i complessi di forze – in grado di sostenere i processi della coscienza umana.
Non intendo affermare certo che mangiare biodinamico renda più intelligenti, bensì che qualunque sostanza ingeriamo ha un effetto sulla coscienza, basti pensare all’effetto eccitante dei bevande quali il tè o il caffè; del resto, se così non fosse, se non fossimo convinti di questo, che necessità vi sarebbe di coltivare? Sarebbe sufficiente raccogliere i vegetali che crescono spontanei, in quantità sufficiente a coprire il nostro fabbisogno di vitamine e proteine, e nutrirci di quelli.

L’uomo in realtà ha bisogno di un valore nutrizionale intrinseco agli alimenti che solo una corretta coltivazione può dare al vegetale. Dopo i suoi lunghi digiuni, Gandhi riprendeva a nutrirsi con un solo ortaggio, cercando di analizzare quale influsso avesse sui suoi pensieri. Oggi può suscitare ilarità, facili ironie: “Mangiando un cavolfiore, si modificherà la mia coscienza?”; ma quando l’alimentazione è scorretta, la modificazione anche piccola della coscienza appare più evidente, magari solo come sonnolenza o torpore.
Non è facile tenere conto di questo valore nutrizionale, spesso lo si confonde con l’aspetto quantitativo delle sostanza presenti e del valore energetico.

Certo i nostri prodotti devono contenere queste sostanze indispensabili, ma devono avere in sé anche una complessità di forze. Quel che noi ingeriamo va valutato in base al valore nutrizionale intrinseco legato, come dice Rudolf Steiner, al contenuto di acido silicico. E il seme, che è il frutto della pianta, è legato a quest’ultimo aspetto.

 

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